marcello seddaiu
Sono passati ormai quasi sessanta anni da quando le attività estrattive sono cessate nella località dell’Argentiera, sulla costa della regione della Nurra, in Sardegna.
Di quel borgo minerario, incastonato in un paesaggio ambientale maestoso, ormai rimangono solo gli echi di quella vivacità che il borgo conobbe per quasi un secolo. Possiamo oggi solo cercare di immaginare la babele di dialetti parlati dai minatori provenienti da tante parti dell’Italia e della Sardegna, possiamo solo sforzarci di intuire il baccano continuo della laveria e dei frantoi o gli odori, di un paese vivo e in fermento.
Questi echi di un passato neanche troppo lontano rivivono oggi nelle poche vie dell’Argentiera e nei ricordi di coloro che ancora abitano alcune delle vecchie case dei minatori e dei nostoi, come l’amico Roberto ama chiamarli, di coloro che, quasi in pellegrinaggio, tornano in un luogo che gli è rimasto ancorato all’animo.
Perché nonostante la sua natura dura e aspra, tipica di un ambiente minerario, l’Argentiera, grazie al mare e al paesaggio isolato, ha rappresentato da subito un luogo ideale dove poter dimorare. È forse proprio per questo che l’Argentiera ha continuato e continua ancora oggi a vivere, con nuove forme dell’abitare, del vivere il territorio, con nuovi profumi, nuovi suoni e nuove musiche.
Credo sia nata così la canzone L’Argentiera scritta dal cantante dialettale sassarese Giovannino Giordo. Quello di Giordo è un inno scanzonato, dove traspare un profondo sentimento romantico, carico di amore e gratitudine per una paesaggio unico e ricco di storia, dove è possibile, come canta l’autore, trovare la pazzi più vera.
Questo progetto fotografico nasce da questo spunto, come un momento di riflessione sul proprio territorio e sul personale rapporto che abbiamo con esso.
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